Archivi del mese: aprile 2012

Facebook

Quando ci sono cose che non sai

o ci sono foto che non vuoi vedere

o ci sono cose non vorresti sapere,

o altre a cui non vorresti pensare…

C’è lui.  Facebook.

Io vorrei sapere perchè si deve rendere tutto pubblico. Oggi vorrei davvero capire perchè una tizia che ha sempre snobbato facebook & social network, usandolo il minimo indispensabile, non rispondendo a messaggi, commenti, notifiche ecc. ecc. ecc. poi sente il bisogno di cambiare status sentimentale.”Da single a impegnata”. E quindi? Non ti colleghi mai ed oggi devi far sapere al mondo che sei impegnata?  Ti stai marchiando il territorio come quei cani che fanno pipì vicino ad un cespuglio???

Chissà se “lui” sa di essere quel cespuglio.

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Le coincidenze

Riporto da Wikipedia:

Per coincidenza (con, lat.; incidere, lat. : cadere insieme) si intende un fatto accidentale e casuale. Una coincidenza non è solo a congiunzione di un evento ad altri, ma deve avvenire in modo accidentale e inaspettato. Quando non avvengono le condizioni sovracitate l’evento è solo una singola entità.

Io non sono così sicura che esistano le coincidenze. Non credo che siano casuali le “coincidenze”. Non tutte perlomeno. Ci sono alcuni eventi che modificano l’umore della giornata, alcuni portano a scoperte, altri ad incontri fortuiti, i migliori ci cambiano il corso dell’esistenza.

Questi ultimi giorni mi sono imbattuta in un evento che ha cambiato il corso dei miei ultimi giorni, o perlomeno ha arricchito il mio range di emozioni portandole ad un misto di serenità/speranza/HoCapitoCheQuestoE’MeglioPerMe. Una dimenticanza ha portato ad una telefonata mattutina che mi ha fatto letteralmente saltare giù dal letto, la telefonata ha portato ad un incontro, e quell’incontro mi ha donato parole che dovevo ascoltare. Quell’incontro mattutino (dovuto ad un favore dell’ultimo minuto che ho dovuto forzatamente fare mentre maledicevo il cellulare che lascio sempre acceso) mi ha regalato riflessioni che servivano ad asciugare le lacrime notturne, quelle con cui mi ero addormentata la sera prima. E colui che mi parlava non aveva la minima idea di quello che stessi passando (e probabilmente nemmeno di quello che lui stesso mi stava dicendo).  Quelle parole dovevano essere dette a me proprio quella mattina per non soffrire più. Per capire cosa è necessario che io faccia.

Mi sono sentita amata. So di essere amata veramente.

C’è Qualcuno da lassù che si ricorda di me anche quando io voglio dimenticarmi di Lui.

Ed ogni giorno lo sperimento, quando c’è una caduta, c’è sempre la risalita. E quando la caduta fa davvero male, la risalita è ancora più rapida. Ed è un gioia poterlo provare, ed ancora di più poterlo testimoniare.

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Scrivere fa bene

Prima di andare a lavoro questo pomeriggio, e dopo aver pubblicato l’ultimo post, ho avuto modo di rileggere le poche cose che ho pubblicato. Mentre leggevo riflettevo sul fatto che scrivo sempre, o molto spesso, quando sono triste. La stessa cosa mi capitava quando scrivevo sul diario, se rileggo oggi quelle pagine, potrebbe sembrarmi che io sia stata sempre sull’orlo della depressione! Per fortuna ho la memoria che mi assiste ancora un poco, e so che non è così!

Girovagando su facebook ho trovato casualmente un link a questo articolo (che ricopio fedelmente da http://www.cliccapsicologo.it/pillole/scrivere_su_di_se_terapeutico.htm) in cui trovo una chiarissima risposta alla mia riflessione, e siccome sono psicologa ve la appioppo qui!

Scrivere su di sé è terapeutico

Il racconto autobiografico ha delle valenze di auto-terapia: le ricadute benefiche riguardano sia la salute fisica che quella mentale

Sono spesso gli adolescenti che amano tenere un diario personale, scrivere pensieri sulle loro esperienze positive, sulle loro delusioni e sui loro sogni, ma sono molti anche gli adulti che si annotano gli avvenimenti, talvolta come ausilio alla loro memoria, altre volte come bisogno di raccontarsi gli eventi, in certi casi come dialogo con un “amico” immaginario che ascolta.

L’attività di cui stiamo parlando è molto semplice: scrivere le vicende della nostra vita, in particolare gli eventi negativi che l’hanno segnata, tradurre le nostre esperienze in parole e inserirle in un racconto coerente ha numerosi effetti benefici sulla salute.
Numerose ricerche hanno infatti dimostrato che questa pratica porta una maggiore protezione dalla depressione, dai rischi di somatizzazione e dai cedimenti del sistema immunitario e si osservano notevoli miglioramenti in pazienti affetti da asma cronica e artrite reumatoide. Inoltre scrivere fa bene a tanti tipi di soggetti: detenuti in carceri di massima sicurezza, vittime di reati, disoccupati, donne in attesa di un figlio e persone sofferenti di dolori cronici.

Ma perché scrivere farebbe bene?
Ci sono tre ipotesi principali:

  • la prima sostiene che scrivendo ci si rende meglio conto del proprio stato di salute e quindi si tenderebbe a modificare il proprio comportamento e i propri stili di vita. Ma i riscontri sono limitati;
  • la seconda ipotesi afferma che la scrittura permetterebbe una più aperta espressione di sé con conseguente beneficio simile all’applicazione di tecniche non verbali come la danza, il movimento corporeo, la musica, ecc. Secondo gli studi fatti in questa direzione sembra però che questo tipo di espressione non abbia benefici se non è accompagnato da una elaborazione cognitiva;
  • la terza ipotesi, la più accreditata, sottolinea il valore centrale della riorganizzazione dei pensieri e delle emozioni che deriva dal tradurre fatti in parole.

Proviamo a spiegare meglio che cosa significa. In sostanza per rielaborazione cognitiva ed emotiva si intende il fatto che scrivere ci impegna a narrare gli eventi e ad inserirli in storie significative, nelle quali i pensieri e le emozioni non rimangono ad un livello di immediatezza ma vengono rivisti e ripensati.
In pratica, dovendo scrivere un testo narrativo non possiamo lasciare gli eventi nella nostra mente in modo disorganizzato, ma siamo “obbligati” a fare chiarezza e a trasformarli in un modo coerente all’interno di una struttura linguistica con una sua precisa dimensione spazio-temporale. Inoltre dobbiamo confrontarci con le emozioni connesse all’evento e a controllarne l’impatto. Maggiore è la coerenza che riusciamo a dare al racconto, maggiore risulta essere la comprensione della propria vicenda e di conseguenza la possibilità di dotarla di un senso.

Questo lavoro di rielaborazione cognitiva ed emotiva è per certi aspetti molto simile a ciò che accade in psicoterapia, la cui efficacia dipende spesso proprio dalla qualità delle narrazioni e delle elaborazioni emotive che ne conseguono.

Ora è tutto più chiaro, no?

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Il punto.

A distanza di mesi posso finalmente fare il punto della situazione.

Il punto segna una fermata. Anche nella grammatica. Un concetto si conclude con un punto, un semplice segnetto. Ho scritto tutto ciò che è necessario, bene. Punto.

Al punto segue un’altra frase, alle volte conseguente, alla volte di tutt’altra specie. Il punto è una blocco transitorio. E’ un voler dire: “Questo l’ho finito. Ora ricomincio con altro.”

E’ così oggi il punto anche per me.

Il punto nella vita non è così semplice da scrivere, non come un segnetto tracciato con la penna, nè come un tastino premuto sulla tastiera del pc.

Mettere un punto nella vita fa male. E’ la consapevolezza dell’aver detto finalmente tutto. E’ il capire i pensieri che frullavano in testa e devastavano il cuore sono stati trasformati in parole. Finalmente tutto questo è stato fatto. La verità è stata detta. In parte è stata anche scritta. Fraintendimenti, parole sbagliate, messaggi evitabili, situazioni che non dovevano crearsi, tutto questo è finito. Il periodo è concluso.

Il punto è la fine forzata di un sentimento, è il lento morire di un affetto mascherato da amicizia,  porta con sè lacrime, singhiozzi, un dolore quasi fisico, è quel dolore che strappa il cuore, e che si arriva al punto di percepire come se stesse accadendo realmente. Mettere un punto vuol dire anche sapere che “quel punto” dovrà durare per sempre, perchè l’amore per se stessi dev’essere più grande di qualsiasi altro. Il punto segna la conclusione definitiva, anche quando un giorno (e probabilmente accadrà) qualcun altro vorrà che quel punto sia sostituito da un puntoevirgola. No. Dev’essere punto, per sempre.

Fa male, ed anche se le lacrime per ora sono finite,  fa male. E’ doloroso sapere che il punto dovrà esserci nonostante la vicinanza fisica, nonostante gli amici in comune ignari di questa lunga frase, nonostante l”amica” in comune che ci ha divisi. Fa male, e continuerà a farlo, ma il punto non segna solo un blocco, è anche la fine di un periodo a cui segue l’inizio di un altro.

Il dolore c’è, non è solo. Si mischia a tanti altri sentimenti e sensazioni. Da una parte la liberazione, la conoscenza fa male ma libera l’anima, dall’altra la speranza, la conoscenza porta all’esclusione di alcune possibilità, posso cercarne altre senza pregiudizi, senza i “se…” e i “ma…” o ancora peggio “l’aspetterò…”

Ed oggi, dopo due giorni di riflessioni miste a lacrime, mi rendo conto che il punto è necessario per non soffrire ancora di più nel futuro. E sono certa che un giorno mi ringrazierò.

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